La mostra ―――――― Waters to Waters – Ritorno alla vita?

L’acqua è fonte di vita. Veniamo dall’acqua. Ma possiamo tornarci? Questa selezione, della recente esibizione fotografica di Merav Maroody, mostra fotografie che catturano l’acqua, suggeriscono la sua presenza, o ne affermano l’assenza. Le sue inquadrature sono ambivalenti e contengono una contraddizione interna che ci porta a porci una domanda: è mai possibile tornare – alla vita?
Maroody cattura giovani uomini che saltano in acqua.
I loro corpi, mezzi nudi, sospesi in aria, sono un’anticipazione dell’impatto con l’acqua. La macchina fotografica surgela momenti heracletiani irripetibili: non potremo più saltare negli stessi fiumi.
Eppure captiamo il desiderio di tornare nell’acqua e nelle piscine di colore turchese sintetico che vengono trovate dalla sua lente, circondate da prati verdi e cieli grigi o presenti su un polveroso terrazzo. Il tema dell’acqua raggiunge una certa assurdità quando si vedono tre uomini seduti a bordo di una piscina integrata su una barca che galleggia in un canale. Nelle immagini si percepisce una tensione tra l’artificiale e il naturale, tra laghi e mari e piscine di plastica.
Maroody rileva il desiderio di un’oasi in sottoforma di palme che decorano il paesaggio urbano, posizionate proprio sopra ad un cartello McDonalds. Accanto ad un termosifone, troviamo il muro di un appartamento decorato con una palma che permette la finzione, esattamente come la permette una conchiglia di plastica su un cancello periferico.
La plastica, come contenitore, isola l’acqua, crea il confine con la vita. È arida, morta. Più arida del deserto, o del fumo blu che sembra una cascata in una verde foresta. Maroody ci mostra il riflesso di cieli azzurri su una finestra. L’ inquadratura di un presagio.

Michal Ben Ron

Merav Maroody è una fotografa che vive a Berlino, laureata in arte alla "Bezalel" academy, nata e cresciuta in Israele.
Ha iniziato a fotografare quando aveva 14 anni, mentre viveva in una città nel deserto chiamata Arad. Dopo la laurea, ha lavorato per più di 10 anni come fotografa su set cinematografici ed è stata scelta dalla Sony come una delle 5 fotografe migliori dell’est Europa.
Fondò la rivista d’arte chiamata "MsUse"- una rivista dedicata all’arte e alla sessualità. Da caporedattore della rivista, ha curato mostre a Tel Aviv e organizzato eventi che hanno riunito scrittori accademici, poeti e artisti.

Maroody, è la vincitrice di quest’anno del primo premio per la categoria mobile al festival di fotografia Kolga Tbilsi e del Bar Tur Photo Award sul tema Covid. Lo scorso anno Il suo lavoro è stato selezionato per il festival internazionale di Tel Aviv "Photography is real".

Le opere di Maroody esistono nella tensione tra la costante ricerca di rifugi e l’infinita curiosità vero le persone, l’architettura, la luce ed il pericolo.
Essendosi trasferita in Germania qualche anno fa, e diventando così immigrata, ha iniziato ad esplorare nel suo lavoro la nozione di sentirsi a casa in un posto strano. La macchina fotografia diventa un aiuto al dialogo, un ponte che aiuta a superare l’incapacità di comunicare in un luogo estraneo.
Le sue opere recenti ruotano intorno alle convenzioni sociali e le ansie.